(di Francesco Gallo)
"Penso siano d'accordo con me o
almeno tutti i fruitori di serie: un film è più impegnativo,
inchioda ad una dialettica, ad un ragionamento, una serie ti
tiene compagnia come un animale domestico. Insomma va salvato il
linguaggio cinematografico". Questo solo uno dei passaggi
dell'intervento fiume di Sergio Rubini stamani al Petruzzelli
dopo la proiezione di 'Il viaggio della sposa', mentre in serata
al Petruzzelli il regista- attore riceverà il Premio Bif&st Arte
del Cinema.
Sul crescente populismo e nazionalismo dice: "Tutti si
stanno federando, confederando in qualche modo, ma poi ognuno
pensa ai cavoli propri. È come se dei muti si impongano il
compito di dialogare, dei singoli si mettano d'accordo per
essere una squadra che non saranno mai. Che dire poi di
quest'accordo con Donald Trump quando dice di essere il più
grande nemico dell'Europa, ma come è possibile che pensiamo
d'accordarci?"
Sulle nuove regole di finanziamento ai film italiani legate
all'idea di raccontare la storia italiana e i suoi personaggi
sottolinea Rubini: "È un argomento molto delicato perché
stranamente mi ritrovo ad essere d'accordo con la destra pur non
essendo dì destra. Penso che le parole siano importanti e che si
debba a voltre difendere la nostra storia. Quando fanno in tv
quegli splendidi documentari sulla Roma imperiale o sul
Rinascimento scopri che la maggior sono di produzione inglese e
tedesca, ma non dobbiamo essere noi a raccontare noi quelle
cose? È giusto che si rimanga depositari della nostra storia, ma
non certo per metterci poi una divisa e salutarci alzando il
braccio. Sapere poi che 'M' una serie bellissima Netflix tratta
da un libro di Scurati è stata firmata da un regista inglese non
fa certo piacere, probabilmente a me in America non mi farebbero
mai fare una biopic di J.K. Mi direbbero ma perché devi fare tu
la storia di un nostro presidente? E avrebbero ragione".
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