(di Elisabetta Stefanelli)
Dante poeta civile, Dante teologo:
una duplicità che Ravenna ha reso centrale nella giornata che ha
concluso un anno di celebrazioni per i 700 anni della morte del
poeta con un momento altissimo rappresentato dalla lectio
magistralis del cardinale Gianfranco Ravasi. E' partito dai due
affreschi delle Stanze di Raffaello il presidente del Pontificio
Consiglio della Cultura, illustre studioso, nella sua prolusione
nella sala Dantesca della biblioteca Classense, luogo che da
cento anni accoglie l'eccellenza degli studi dedicati a Dante
dopo aver celebrato la mattina la Messa, sempre per Dante nella
basilica di San Francesco.
La sua relazione, dal titolo "Come l'uom s'etterna", ha messo
prima a confronto i due volti del poeta, ritratto in entrambi
gli affreschi di Raffaello nella stanza che fu lo studio di
Giulio II, quello dedicato alla disputa del Santissimo
Sacramento (1509) e l'altro dedicato invece al Parnaso. ''I Papi
nella storia - ha spiegato Ravasi - hanno sempre considerato del
resto Dante come un grande uomo di Chiesa prima che di
cultura''. In particolare il cardinale ha citato gli studi di
Paolo VI ma ha anche di Papa Francesco e la sua Lettera
apostolica Candor lucis aeternae, ''che ha voluto delineare la
teologia di Dante intrecciata con la poesia'', in cui si parla
di Dante come ''cantore del desiderio umano ed il desiderio è
inteso come continua tensione a guardare più in alto''. Nucleo
centrale dell'analisi di Ravasi un canto meno noto del Paradiso,
il XXIV, in cui il Poeta si sottopone a un vero e proprio esame
di fede da parte di San Pietro rispondendo alle sue domande di
teologia. ''Qui Dante dimostra una straordinaria conoscenza
della Bibbia - ha spiegato Ravasi - che non si limita certo al
numero delle citazioni che tanti studiosi hanno voluto contare
nella Commedia''. E persino i primi versi ''sono una citazione
di Ezechiele che dice a metà della mia vita sono in cammino
verso gli inferi''.
Risponde quindi il poeta a san Pietro che gli pone cinque
domande, sull'essenza della fede, sul suo essere sostanza, sul
fondamento che è la Bibbia, sulla veridicità a suo avviso legata
ai miracoli, e sul fatto che sia divenuta fede universale pur
divulgata da un pugno di uomini. Ma la grandezza di Dante e il
suo fondamento religioso, conclude Ravasi, è proprio nel saper
portare l'umanità fino in Paradiso, ''mentre alcune religioni
esaltano talmente il divino a scapito dell'umano fino a negarlo
o al contrario alcune, ugualmente eccessive, lo stemperano fino
a far rimanere solo l'uomo e cancellare, come ad esempio accade
in India, persino il male''. Ed ha concluso citando Niccolò
Tommaseo: ''Leggere Dante è un dovere, rileggerlo un bisogno,
gustarlo un gran segno di genio, comprendere con la mente
l'immensità di quell'anima è un infallibile presagio di
straordinaria grandezza''.
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