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In collaborazione con MAXXI
Un grande muro che "respira" di odori lontani. E un'opera che racconta la fragilità delle identità contemporanee. Con Theology of Collapse (The Myth of Past) I-X (2024), Monia Ben Hamouda (Milano, classe 1991) vince la quarta edizione del Maxxi Bvlgari Prize, il premio che unisce il Museo delle arti del XXI secolo e la maison d'alta gioielleria, all'insegna del sostegno ai giovani talenti nel mondo dell'arte.
Un riconoscimento, racconta la Consigliera reggente della Fondazione Maxxi, Emanuela Bruni, "con cui riaffermiamo il nostro impegno" e "offriamo ai talenti emergenti nuove opportunità di visibilità e crescita". "Sin dalla prima edizione nel 2017 - aggiunge la Deputy ceo Bvlgari, Laura Burdese - il Maxxi Bvlgari Prize ci ha permesso un viaggio straordinario nella cultura, nell'arte, nell'immaginazione e nell'artigianato, che sono nel cuore di Bvlgari. E la partnership con il Maxxi, lo anticipo, proseguirà. Siamo già al lavoro per la prossima edizione".
In mostra a cura di Giulia Ferracci fino al 2 marzo, insieme a quelle degli altri due finalisti - Assenzahah Essenzahah di Riccardo Benassi (Cremona, 1982) e Juroom ñaar di Binta Diaw (Milano, 1995) - l'opera di Monia Ben Hamouda è stata scelta da una giuria internazionale ed entra ora nella collezione permanente del Museo. È un grande muro composto da dieci pannelli con motivi ispirati alla calligrafia islamica e alle moschee, dipinti con spezie come paprika, ibisco e cannella, i cui odori si diffondono nell'aria.
"Tempo fa mi sono ripromessa di dedicare ogni momento di attenzione a una questione urgentissima - dice l'artista ritirando il premio - Speriamo di vedere presto una Palestina libera".
Poco dopo con l'ANSA aggiunge ancora: "Mi chiedo spesso quale sia il ruolo di un artista. I momenti di attenzione sono rari ed è giusto veicolarli verso qualcosa di molto più importante persino dell'arte, come la libertà". Nata a Milano, da mamma italiana e papà tunisino, "in famiglia ho diverse persone provenienti dalla Palestina ma non credo si debba essere palestinesi per riconoscere la situazione gravissima in cui versa quel popolo". Poi si passa all'opera con cui ha vinto.
"Sono stata invitata a lavorare in quella sezione del museo dove si trova una sorta di parete a falda - dice - Ho pensato subito a una comunione di intenti con l'architettura di Zaha Hadid, usando lo spazio come un materiale scultoreo: quella parete sembra collassata, ma potrebbe essere un movimento di discesa quanto di ascesa. A mia volta, ho costruito un'architettura per descrivere una monumentalità che va disgregandosi, soprattutto in questo momento storico politico. E poi c'è l'idea del muro: cosa vuol dire nel 2024-25 costruire un muro? La calligrafia islamica fa parte della mia pratica da diversi anni. Mio papà è un calligrafo islamico, quindi il mio approccio all'arte è stato guardando il suo lavoro. Le spezie sono invece il tentativo di cambiare il visitatore in modo fisico. L'opera non è più solo da guardare ma può anche entrare nel corpo, suscitare emozioni".
Novità della quarta edizione del premio, la menzione speciale per il miglior progetto digitale andata a Roberto Fassone (Savigliano, 1986) nell'ambito del Maxxi Bvlgari Prize for Digital Art., per il suo And We Thought (2021 - ongoing), produzione Sineglossa. Un'opera, dice l'artista, che rappresenta "i tentativi di espandere l'immaginazione per capire dove sono i suoi limiti". Ma quest'anno nasce anche la Bvlgari American Academy in Rome fellowship, in collaborazione con Maxxi e Whitney Museum. La vincitrice dell'edizione 2024 parteciperà a una residenza all'American Academy, lavorando con un artista scelto dalla Whitney Biennial.
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