(di Francesco Nuccio)
Davide Livermore, l'uomo dei
record, per numero di inaugurazioni, alla Scala, come a
Siracusa, numero di biglietti venduti, è tornato per il terzo
anno al Teatro Greco per firmare la regia di "Agamennone" e
completare così la trilogia dell' "Orestea" di Eschilo. In scena
troveremo una grande parete specchiante. Ci troveremo dunque
tutti dentro la tragedia? "Sì entreremo tutti, attori e pubblico
- afferma il regista -. Non apparteniamo certo agli Atridi, ma
ciascuno di noi si trova a sciogliere nodi dolorosi che si
sommano nella vita di tutti. Lo specchio ha un'altra funzione,
consentire una sorta di abbraccio collettivo, circolare, che
possiamo condividere con tutto il teatro che, non
dimentichiamolo mai, è luogo di una comunità che condivide la
stessa identità. Agamennone è l'inizio di tutto, è l'archetipo
da cui tutto nasce, è l'inizio della catena di delitti, ma ancor
prima c'era la causa di tutto: il sacrificio di Ifigenia, la
figlia giovane e innocente, morta per far partire le navi achee.
E infine lo specchio è il limite che separa il nostro mondo
dall'Ade". In Coefore Oreste ucciderà la madre Clitennestra e il
suo amante Egisto e le Erinni lo perseguiteranno. Solo con
"Eumenidi" le furie vendicative diverranno bene-fattrici e
troveranno posto ad Atene, ma grazie alla nascita del Tribunale
e della Giustizia.
"La giustizia - spiega Davide Livermore - deve fondarsi su
qualcosa di altissimo, sugli dei e i valori che ciascun uomo ha
nel cuore. L'uomo deve tendere in maniera struggente verso
l'idea di Giustizia, pura sapendo che opera degli uomini e
quindi fallace, pur sapendo che l'imperfezione degli uomini
genera nel cuore i demoni, ma occorre credere che i demoni si
possono vincere, è una battaglia, ma va vinta, in nome proprio
della Giustizia".
Di Livermore, che è anche un musicista, gli attori dicono che
è un metronomo e tutti coloro che partecipano allo spettacolo
diventano come un'orchestra che deve suonare con la massima
esattezza. "Agamennone" è stata calata negli anni Trenta, posto
che Coefore ed Eumenidi era negli anni Quaranta e si potranno
vedere insieme il 9 luglio, di filata, per circa 4 ore di
spettacolo. "Gli anni Trenta - aggiunge il regista - perché
possedevano un'estetica neoclassica, costanti riferimenti alla
armonia e alla simmetria tipica del mondo greco. Le due
successive annunciano la fine del mondo e io avevo scelto il
periodo della seconda guerra mondiale. Ma se ci fate caso
l'architettura degli Stati in mano alle dittature usa sempre
riferimenti allo stile neoclassico. Mi chiede quanta libertà ci
sia nel mio lavoro. Nessuna libertà, c'è il servire un testo e
un autore, è vero però che il teatro è sempre avanguardia, è
sempre contemporaneo. Quindi una libertà all'interno di un
contesto molto serrato". Ai suoi attori ha dato un'indicazione
che è "Il respiro vi renderà autentici nello sguardo di chi vi
osserva". Il respiro indica la sincerità delle emozioni che gli
attori vivono in scena. Ma tra la Scala e Siracusa? "Sono le mie
due passioni - conclude Livermore - anzi aggiungo il Teatro
Stabile di Genova che dirigo e che coproduce lo spettacolo. Ma
qui quando arrivo nelle mattine di maggio e vedo i fenicotteri
rosa, all'aria aperta, sulle pietre dei tragici, l'emozione è
ineguagliabile".
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