Il corpo del capo: ma non esposto, truccato, abbellito, allestito per una fantasmagorica saga da offrire al potenziale elettore in un depliant promozionale (come nel bel libro omonimo di Marco Belpoliti su Berlusconi). Stavolta il corpo del capo e' nascosto, sottratto, pudicamente celato fino all'ultimo. Quando si espone, senza vergogna, con generosita', obbedendo all'imperativo del dovere: e' il corpo di Enrico Berlinguer, per una volta impudico, il 7 giugno 1984 a Padova, quando durante un comizio viene sopraffatto da un'emorragia cerebrale che qualche giorno dopo lo portera' alla morte. Sono le prime immagini di La voce di Berlinguer, il documentario di Mario Sesti e Teho Teardo che è passato all'ultimo Festival di Venezia, lo scorso anno e che lasciano immediatamente spazio all'immaterialita' di una riconoscibilissima voce, dall'inconfondibile accento sardo, e a un discorso alto, profondo, appassionato, che oggi appare sommessamente magniloquente, denso, autorevole, cosi' lontano dalle vacue schermaglie di oggi, dallo zoo politico abitato da vecchi leoni, falchi, colombe, caimani e pitonesse e ci riporta ad un'epoca in cui era ancora possibile parlare di ricerca della felicita', di modelli di sviluppo alternativi, di questione morale.
La voce di Berlinguer, la sua parola e i volti antichi, attenti, appassionati delle folle oceaniche degli anni '70 ci precipitano in un mondo autentico, vitale, 'corporeo', ancora carico di speranze, forse di illusioni. Appena prima che la cosiddetta modernita', e quelli che il segretario del Pci definiva suoi 'alfieri', cancellassero una politica destinata a trasformarsi e a smaterializzarsi nei tweet e nei blog (e negli insulti) della rete. Un pensiero e una voce cosi' distanti da apparire allo stesso toccanti e dolorosi. Le immagini imperfette, la musica-rumore di Teardo, ossessiva, struggente e delicata insieme, ci raccontano un mondo forse scomparso ma mai davvero superato. La voce di Berlinguer, il leader dello 'scandaloso' compromesso storico, puo' forse ancora raccontare qualcosa, sembrano suggerire Sesti e Teardo, anche agli 'alfieri' delle larghe intese.
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