''Tutta questa folla, non me la aspettavo. Gli studenti non finivano più di chiedere autografi. Per uno come me, che sta tutto il giorno chino a disegnare, fa bene al cuore''. Sorride Santiago Calatrava, l'archistar della Città delle Arti di Valencia, dell'Oculus di New York, del Turning Torso (l'ambizioso grattacielo ''in torsione'' in Svezia), ma anche del controverso Ponte della Costituzione a Venezia o dell'incompiuta Città della sport a Roma, in un breve incontro con l'ANSA, prima di salire sul palco protagonista de I Giovedì della Villa, ciclo di incontri ideato dalla direttrice dell'Accademia di Francia a Roma Muriel Mayette-Holtz e curato da Cristiano Leone.
Architetto, ingegnere ma anche ceramista, scenografo, pittore, scultore, elegantissimo nel suo completo scuro, Calatrava per oltre un'ora, tutto in italiano, racconta la sua idea di architettura a partire da Roma e dalle sue meraviglie.
''Roma mi ha dato tanto. Non c'è posto dove io abbia imparato di più'', dice mentre scorrono immagini dei suoi schizzi e acquerelli di vedute, dettagli ''quasi maniacali'', come le tante riproduzioni delle maniglie di S. Giovanni in Laterano. E poi la Cappella Sistina, dove ''l'architettura accompagna la pittura'', e il Giudizio Universale di Michelangelo, ''dove sono i personaggi che guardano noi, non il contrario''. ''Un artista - spiega - in un quadro può dire cose con grande evidenza e chiarezza, esattamente come un poeta. Accade anche con il lavoro, modesto, di un architetto. L'architettura dipende dalle membra dell'uomo. E' un contatto intimo con gli spazi che sono a nostra misura, proprio come i vestiti'', prosegue mostrando uno dei suoi primi lavori, la Stazione Ferroviaria di Zurigo. Alla base, rivela, c'è la replicazione dell'angolo tra pollice e mano. ''Lo strumento di lavoro dell'architetto è l'occhio, per vedere, giudicare la misura giusta. Se Michelangelo non avesse avuto le braccia avrebbe potuto essere il grande architetto che era''.
E poi il Pantheon da cui viene l'idea del taglio di luce nell'Oculus a New York (il World Trade Center Transportation Hub), ''luogo pensato come inno alla vita, tutto in acciaio e marmo bianco del Nord d'Italia'', dove ''l'11 settembre un raggio di luce entra dal tetto esattamente negli 8 minuti in cui crollò la seconda Twin Tower''. E poi la Chiesa ortodossa di S.
Nicholas, sempre a Ground Zero, in cui in qualche modo ricorre il Tempio di S. Pietro in Montorio di Bramante, che grazie al marmo bianco translucido ''sarà luminoso come un faro nella notte. Con un edificio - spiega agli studenti - si può parlare a coloro che vivono con te, ma anche tramandare a chi verrà dopo.
L'Architettura è consapevole che le opere ci sopravvivono e restano testimoni di noi e del nostro tempo. Anche gli angoli più scialbi e anonimi. E' una grande responsabilità. Eliminare gli edifici fascisti a Roma? - risponderà più tardi all'ANSA sulla polemica lanciata dal New Yorker - Sbagliano. Penso al palazzo delle Poste di Adalberto Libera a Testaccio, un capolavoro della memoria. O all'edificio a cubo all'Eur. Sono stati progettati da bravissimi architetti. Guai a buttarli giù''. Poi a sorpresa, rivela di vivere in una casa non 'sua'.
''Volevo costruirne una nel luogo dove andiamo in vacanza - confessa - Ma i miei compagni architetti me l'hanno bocciata. E non ho avuto più coraggio di tornarci su''. Ma esiste un edificio impossibile da progettare? ''No - conclude - Con il mio lavoro ho cercato di dare un senso 'sopraelevato' a stazioni e ponti, che invece possono essere molto rozzi. Ma più di tutto credo ci sia tanto da fare per gli ospedali. Sono i luoghi dove si nasce e dove si muore e invece spesso sono posti bruttissimi''.
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